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  • Librería: Studio Paola Brancato (Italia)
  • Año de publicación: 1992
  • Editor: EDITORI RIUNITI
  • EAN: 9788835936367
  • Números de páginas: 271
  • Sugetos: Literatura
  • Peso del envío: 1.000 g
  • Encuadernación: BROSSURA
  • Edición: PRIMA
  • Collección: I GRANDI
  • Volúmenes: 1
  • Lugar de publicación: ROMA
  • Condiciones: NUOVO

Notas Bibliográficas

Editori Riuniti 1992 271 PP. FONDO DI MAGAZZINO: PERFETTO E INTONSO, PARI AL NUOVO Che cos'è illusione? Che cos'è simulazione, mimesi, irrealtà? Se lo chiedono ora gli esperti di intelligenza artificiale, sempre più perplessi. Se lo chiede in questo romanzo Eugenio Rizzi, esperto di quell'arte della mimesi che è la traduzione. Forse solo il comico, lo scarto del caso, dell'evento che rompe la catena temporale, dell'imprevedibile errore che fa scattare la risata, solo questo è reale. Pure, in un senso piú complesso, anche il comico può essere illusione, se è vero che non la realtà, ma l'illusione deve essere giustificata ai nostri occhi. Per essere felici, per essere poeti, come già sapeva nientemeno che Leopardi. C'è uno spazio dell'irrealtà privilegiato in questo romanzo, presuntuosamente ultimo, in questo secolo quasi finito, a inciampare sempre più comicamente nei problemi del tempo. Questo spazio è Roma degli anni '40 e '50, la Roma borghese, piccolo e medio borghese, astrattamente e definitivamente borghese, appena guarita dai sogni di romanità, piemontesi o fascisti che fossero. Città senza forma e senza lingua, per la prima volta capitale vera di un paese che non c'è più, ed è fallito senza rimpianti nella fantasia di essere nazione, come le altre. Se Gadda è stato, negli anni '20 e '30, l'esplodere del dialettismo e del plurilinguismo troppo a lungo incubato sotto la pressione dello sforzo dell'unità impossibile e della perversa modernità, Rizzi è quasi il contrario. Dalla lingua ormai inesistente della coiné romana neanche accentata dei quartieri Salario, Pinciano e Parioli nasce per strati temporali che si intersecano fino a creare i propri autonomi corti circuiti un'accensione che può nascere solo dall'errore, dall'equivoco, dalla trasgressione involontaria. Non si dice «antifatto», direbbe una maestra che abbiamo conosciuto e ormai rimpiangiamo. La duchessa di Guermantes era l'ultima a esibirsi in calembours ormai passati definitivamente di moda. Il calembour, nel romanzo di Rizzi, è un atto di nascita, è l'errore quasi e sempre più volontario di cui si ride vergognosamente e in cui si riconosce la propria e definitiva realtà. Questo romanzo di diseducazione, o di maleducazione, strapperà a molti, violenta e vergognosa, senza rispetti umani, la risata che non si riesce a comprimere e ad arrestare, come da barbini nei troppo lunghi intrattenimenti familiari. Qui il teatro s'interrompe, la rappresentazione stacca, l'illusion comique si sospende, rotta dal comico che instaura, non restaura la realtà. Anche qui un'analogia, o un'opposizione, quella fin troppo ovvia della madeleine. Ma la deflagrazione non è di odori o di sensazioni tattili o visive, di irruzioni di fisicità. Solo le parole, e le più vuote di senso, hanno la forza della collisione, di ciò che crea e fa nascere. Si potrà chiedere se c'è poi un protagonista, un personaggio o almeno un attore, in questo romanzo del solipsismo più osato e ostentato, pur nella comunicazione trasparente e nella semplicità quasi ossessivamente esibita della scrittura, la più lontana dalle nevrosi delle avanguardie storiche. C'è, in ogni pagina, un'esperienza personale decantata, falsificata, tenuta costantemente sul filo che unisce e distingue ricordo reale e ricordo immaginario. I meccanismi del discorso sono smontati nelle loro parti, messi a nudo e messi in dubbio. Per illuminare le piste che conducono alla verità o per confonderle nello scalpiccio di un perpetuo andirivieni? La minuziosità fredda, spassionata, quasi pedante, da computer che non può consentirsi di saltare passaggi, non mostra forse gli alberi uno a uno per meglio nascondere il bosco? Come ogni vero romanzo, anche questo è un circolo. E il suo protagonista, se esiste, è ognuno dei suoi lettori, di oggi e di domani. Il gioco è fatto, anche se è stato fatto per gioco. Eugenio Rizzi è nato a Roma il 24 dicembre 1935. Altre notizie che lo riguardano si possono trovare il più possibile deformate in questo libro. «"Dentro Roma", mi capitava di andare raramente, accompagnavo mia madre nelle sue periodiche visite da Bises all'Argentina in cerca di scampoli o da Limentani al Portico d'Ottavia per l'acquisto di chincaglieria disassortita o fallata (borghesi in difetto, approfittavamo oculatamente di articoli per borghesi difettosi, rimanenze di stoffe, biscotti in frantumi, vasellame scompagnato o malcotto). Al ritorno, intaccando in larga misura le economie con tanta fatica realizzate (quest'alternanza di parsimonia e d'improvviso sperpero, sorta di potlatch rituale vòlto a confermare le distanze altrimenti abbastanza incerte dal "popolo", era una costante del suo carattere, come piú tardi del mio), mia madre finiva quasi sempre per prendere il tassí o la carrozza, per via dei pacchi pesanti e ingombranti sul filobus, ma principalmente, credo, a mio beneficio per il piacere di vedermi in estasi accanto al vetturino o allo chauffeur, e forse anche per compensarmi della pazienza mostrata durante le interminabili scelte tra dubbi e ripensamenti di casalinga avveduta. Ogni volta s'illudeva che avrei mantenuto la promessa di “non dire niente a casa", e non una sola volta riuscii a reprimere l'impulso, veramente irresistibile, di raccontare alle sorelle o a mio padre, principale se non unico destinatario del segreto, la straordinaria avventura; o forse sapeva benissimo che non avrei resistito alla tentazione e si concedeva il divertimento, ripensandoci un po' crudele come sovente gli spassi del genere che gli adulti amano prendersi con i bambini senza neppure sospettarne le ambasce, di mettermi nell'imbarazzo di dover scegliere tra essere régulier à ma parole, principio che di solito mi stava molto a cuore in conformità con i già maturati autoideali cavallereschi, e pavoneggiarmi di una corsa in tassí o in carrozzella come un autentico figlio-di-signori: condizione, questa, per conoscere o simulare la quale sarei stato probabilmente disposto a non pochi compromessi ideali».

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