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  • Librería: Libreria Govi Alberto (Italia)
  • ILAB-LILA Member
  • Editor: Giovanni e Giovanni Paolo Giolito de Ferrari
  • Sugetos: Quattro-Cinquecento
  • Peso (Kg): 0.0
  • Encuadernación: Brossura
  • Edición: 0
  • Lugar de publicación: Venezia

Notas Bibliográficas

In 4to (mm. 205x142). Pp. [16], 367, [1]. Segnatura: *8 A-Z8. Marca tipografica sul titolo. Fregio tipografico al verso dell'ultima carta. Solida legatura dell'Ottocento in mezza pergamena con punte, dorso con ricchi fregi, tassello e titolo in oro, piatti in carta marmorizzata, tagli picchiettati. Sul risguardo anteriore due lunghe note di mano ottocentesca contenenti una citazione da Machiavelli ed un riferimento al Napione; sul titolo firma di appartenenza in parte cassata ed inziali "D.F.L."; sul risguardo posteriore nota di acquisto "acquistato all'auzione pubb. in Roma il di 15 genn. 1842 a pau. 2". A tratti lievemente fiorito, segni di tarlo nel margine esterno bianco delle ultime tre carte ben lontano dal testo, qualche macchia e lieve alone marginale, ma nel complesso ottima copia.
PRIMA edizione COLLETTIVA, dedicata al principe vescovo di Salisburgo Wolf Dietrich von Ratenau, del più celebre e influente trattato italiano di politica dopo il Principe di Machiavelli. "Quest'opera ebbe grandissimo corso e reputazione ai suoi tempi e valse all'autore la fama di politico galantuomo. Fu tradotta in quasi tutte le lingue viventi ed in latino. Anche modernamente si fecero dell'uomo e del libro molti elogi e si attribuì a lui il merito dell'avere inaugurato quella che oggi si dice economia politica... L'edizione ora descritta della Ragione di Stato fu originale" (S. Bongi, Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari, Roma, 1895, II, p. 432-433).
In realtà la prima edizione dell'opera apparve nello stesso anno sempre presso i tipi dei figli di Giolito, composta da sole 295 pagine, perché non contenente i Tre libri delle cause della grandezza, e magnificenza delle città, i quali erano già usciti autonomamente a Roma nel 1588 (cfr. T. Bozza, Scrittori politici italiani, Roma, 1949, pp. 66-68, nr. 34). In questa operetta di esigua mole, ma di grande importanza, Botero elabora per la prima volta una teoria scientifica sulla dislocazione topografica e sull'incremento degli agglomerati urbani, che identifica precisi rapporti fra ambiente naturale, risorse economiche e sviluppo demografico.
Con il Della ragion di stato, mostrando che ragion di stato, ragion di coscienza e ragion civile erano in fondo un'unica cosa, Botero cercava di fare ordine attorno ad un concetto che sembrava essere già corrente, ma su cui nessuna sistematizzazione era stata tentata, e di ridurre a normalità, per così dire, un'idea dietro la quale l'uso comune sembrava intendere piuttosto l'eccezionalità di azioni di governo esorbitanti dall'ordinario, dettate da imperiose esigenze di sopravvivenza di un'entità chiamata stato che in quel secolo progrediva verso una più concreta forma. Si trattava insomma di tranquilizzare gli animi già scossi di quanti, sotto le spoglie della ragion di stato, intravvedevano oscuri meccanismi di un potere che si pretendeva autoreferenziale, e dietro quell'espressione sentivano riecheggiare il monito di Machiavelli, secondo il quale lo stato aveva ragioni e logiche che la ragione e la logica ordinarie non bastavano a gestire, e che non necessariamente si armonizzavano con quelle dell'etica e della religione. Consapevole della circolazione che l'idea aveva raggiunto, nelle intenzioni di Botero la ragione di stato non doveva ridursi ad altro che alla conoscenza dei mezzi attraverso i quali il buon governo del principe poteva realizzarsi, e quindi la ragion di stato altro non era che la politica, mera arte di governare, e non qualcosa di eccedente, contrastante o diversamente fondato rispetto a questa. Con la pubblicazione del trattato il dibattito si aprì (cfr. C. Continisio, Introduzione, in: G. Botero, "Della Ragione di Stato", Roma, 1997, pp. XI-XXIX).
Antimchiavellico in apparenza, ma fortemente influenzato dalle dottrine del grande fiorentino, "Botero fece scuola e, tra la fine di quel secolo XVI e buona parte del successivo, i teorici della Ragion di Stato ne seguirono le orme, al punto di non potersi più intendere quale sia il vero significato del machiavellismo. Questo è diventato bifronte. L'una faccia è stata ripudiata teoricamente come contraria alla morale e alla religione; l'altra è stata accettata praticamente come sistema di governo" (A. Panella, Gli antimachiavellici, Firenze, 1943, p. 63).
Il successo della Ragion di stato, tuttavia, non fu dovuto solamente a questa sua rielaborazione dottrinale del machiavellismo, ma anche alla vasta e sistematica esposizione, che ad essa si affianca, di tutta la nuova problematica che lo stato moderno nascente portava con sé: esazione fiscale, organizzazione militare, commercio, industria, amministrazione della giustizia, annona, urbanistica. Meglio di qualsiasi altra opera di quel tempo, il libro del Botero documenta il tipico trapasso, che allora si operava, dallo stato patrimoniale di impronta feudale e tirannica allo stato di "politìa", fondato sull'amministrazione oculata, la centralizzazione livellatrice, la gerarchia burocratica, l'estinzione progressiva delle cariche ereditarie o venali. In questo contesto un posto di rilievo occupano le dottrine economiche del Botero: in particolare in campo tributario egli sostiene la funzione preminente dell'imposta rispetto ai cespiti demaniali nel finanziamento della spesa pubblica e la doverosa prevalenza della tassazione diretta dei redditi a sgravio delle gabelle sui consumi; tenta inoltre di conciliare il protezionismo particolaristico con l'aspirazione alla liberalizzazione degli scambi e delle vie commerciali (cfr. D.B.I., XIII, pp. 352-362, a cura di L. Firpo).
Nato a Bene Vagienna (CU), Giovanni Botero nel 1559 entrò nel collegio della Compagnia di Gesù a Palermo, dove lo aveva chiamato uno zio paterno, pio e stimato sacerdote. Nel 1560 si trasferì a Roma presso il Collegio Romano, dove ebbe come compagno di corso Roberto Bellarmino. Nonostante le sue indubbie doti intellettuali, a causa del suo tormentato e turbolento carattere, dopo solo un anno di frequentazione i padri superiori lo mandarono ad insegnare retorica presso il piccolo collegio umbro di Amelia. Nel 1562 fu trasferito a Macerata, dove si distinse per la sua facilità nel comporre epigrammi e discorsi di vario genere in latino. Nel settembre del 1562 fu finalmente richiamato a Roma. Due anni dopo fu destinato ad insegnare retorica nel collegio francese di Billom in Alvernia, dove rimase per due anni, insegnando anche filosofia e componendo rappresentazioni sceniche edificanti e carmi encomiastici. Nel 1567 riuscì a farsi trasferire a Parigi. Dopo due anni, tuttavia, sempre per motivi disciplinari fu richiamato in Italia e destinato a Milano. Nel 1571 venne giudicato maturo per l'ordinazione sacerdotale. Nel 1573 andò a studiare teologia a Padova, dove rimase quattro anni. Nonostante le sue ripetute e pressanti richieste per essere inviato nelle missioni americane, terminato il corso di studi teologico, nel 1578 fu mandato a Milano, dove ricevette diversi incarichi da parte di Carlo Borromeo. In seguito alla negazione della professione dei voti e a causa dei frequenti trasferimenti in zone di provincia, il Botero protestò vivacemente con i suoi superiori e per questo fu recluso per due mesi ed estromesso dalla Compagnia. Trovò appoggio proprio in San Carlo, che gli affidò il posto di vicecurato a Luino. Successivamente entrò nella Congragazione degli Oblati, fondata dallo stesso San Carlo, che contribuì enormemente a forgiare la personalità ribelle di Botero. Questi trascorse il biennio 1583-85 a fianco di San Carlo in qualità di segretario e famiglio, cooperando all'opera di restaurazione della diocesi. Dopo la morte del santo nel 1584, Botero fu inviato dal luogotenente di Carlo Emanuele I di Savoia in una imprecisata missione in Francia accanto all'ambasciatore ufficiale, il noto scrittore René de Lucinge. Nel 1585 fece ritorno a Milano, dove Margherita Trivulzio lo volle accanto al figlio Federico Borromeo, allora ventenne, in qualità di aio e consigliere. Nel 1588 Botero accompagnò a Roma il suo giovane e nobile discepolo per l'elezione a cardinale. Nel 1590 partecipò a tre conclavi. Nel 1591 dedicò al cardinale Carlo di Lorena la prima parte (in sei libri) dell'opera che doveva consolidare definitivamente la sua fama europea, le Relazioni universali. Nel 1592 uscì la seconda parte dedicata all'infante Filippo di Spagna. Dopo l'elezione a vescovo di Federico Borromo, Botero fu costretto di malavoglia a seguirlo a Milano, dove nel 1596 terminò la quarta parte delle Relazioni, la cui prima edizione completa apparve a Bergamo in quell'anno. Riuscito finalmente a staccarsi dal vescovo milanse, nel 1599 fu chiamato a Torino a fare da precettore ai tre figli del duca di Savoia. Nel 1606, al seguito di questi ultimi, raggiunse la corte di Madrid. Rimase per un anno in Spagna, avendo modo di visitare molte città del regno. Rientrato a Torino, nel 1606 continuò a vivere a corte come segretario e consigliere. Ormai divenuto benestante e agiato, Botero tornò a dedicarsi negli ultimi anni all'attività letteraria, sia poetica che teatrale. Morì il 23 giugno del 1617 (cfr. Giovanni Botero e la "ragion di stato", Atti del convegno di studi in memoria di Luigi Firpo, Torino, 8-10 marzo 1990, a cura di A.E. Baldini, Firenze, 1992, passim).
Edit 16, CNCE7272; Adams, B-2548; Gamba, nr. 1271; Goldsmiths, nr. 248; G. Botero, Della Ragion di stato, ed. critica a cura di P. Benedittini e R. Descendre, Torino, 2016; Kress, nr. 178; Schumpeter, History of Economic Analysis, pp. 254-255..

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